Curriculum

Venere Chillemi pittrice, scultrice docente di arte psichica,espone dl 1971, numerose le sue  personali in Italia e all’Estero. Tra le sue mostre più significative ricordiamo:

 

1993    TORINO – Circolo Ufficiali

1994    ROMA (Collettiva di Arte Sacra COMED) – Sala del Bramante

1995    UDINE – Sala Comunale “La Loggia”

2000    MONTE CARLO – Rassegna Internazionale

2001    NEW YORK –  Restore Art Gallery, Fine Art Gallery, POMPEI – Mostra Internazionale di Arte Sacra

2004    FIRENZE – “CONTEMPORANEAmente”, EMIRATI ARABI UNITI – Mostra ARTCARD Museo Sharyah

2008    AGRIGENTO – Casa natale di Luigi Pirandello, AGRIGENTO

2011    ALMESE (TO) – Torre San Mauro Mostra antologica

2012    TORINO – 56° Biennale di Venezia Padiglione Italia Torino Esposizioni, CAPRI (NA) – Museo Ignazio Cerrio, POMA-LOS ANGELES (USA) Latino Art Museum, BERLINO – Malzfabrik, MILANO – Milano Art Gallery.

2013    ROMA – Galleria Agostiniana

2014    GUBBIO – Palazzo Bargello,  ROMA – Triennale, ROMA – Sale Dioscuri Quirinale

2015 LONDRA Fiumano Art Gallery, MILANO – Affordable Art Fair, SINGAPORE – Affordable Art Fair, Piacenza – Galleria Studio C, MILANO – Palio Artistico Miano Expo 2015 Palazzo della Permanente.

2016 ROVERETO (TN) – Collettiva HUMAN RIGHTS? Diversity, MILANO – Villa Clerici, NEW YORK – Jadite Galleries, RIVOLI (TO) – Casa del Conte Verde, ROMA – Complesso dei Dioscuri al Quirinale, CASTEL d’ARIO (MN) – Di fiore in fiore

2017 ROMA – Galleria Pigna, CONDOVE (TO) – Chiesa di San Rocco (personale), NOVALESA (TO) – Casa degli Affreshi (personale)

Nel 1998 fonda la scuola di pittura “I Semi di Sesamo”  dove la ricerca dell’arte si fonde con la ricerca spirituale. Su questo tema, come strumento di conoscenza, molti corsi e seminari.

Presente quale artista selezionata dal “Museum of the Americas” nell’Annuario Internazionale delle Arti 2006 pubblicato a Barcellona nel II° semestre 2006 presso l’editore Booksbarce. L’annuario è stato distribuito nella Fiera Internazionale del Libro di Francoforte (Padiglione delle Belle Arti) tenutasi dal 4 al 8 ottobre 2006. Il “Museum of the Americas” è un permanente collaboratore della Biblioteca degli artisti della Comunità Europea, editore indipendente residente in Spagna

E’ stata selezionata dal museo Nazionale Storico Mentana di Roma per la Quadriennale d’Arte Contemporanea “Leonardo da Vinci” e Aste Europee.

 

Numerose le sue presenze all’ estero, i suoi quadri si trovano nei più prestigiosi musei tra i quali ricordiamo:

Museo di Sharjah (Emirati Arabi)

Hong Kong (Cina)

Regione Qualyubiya del Cairo (Egitto)

Alessandria d’ Egitto (Egitto)

 

Recensioni

Carlo Accossato

Venere Chillemi vive e lavora ad Avigliana (To). Nel corso della sua carriera ha ottenuto numerosi riconoscimenti. Tra questi ricordiamo: Premio Quadriennale di Roma “Lupa Capitolina”; numerosi piazzamenti di merito al Premio Nazionale di Santhià; Trofeo Internazionale “Medusan Aurea XXI edizione” Roma. Dal ’71 ad oggi ha tenuto un notevole numero di mostre personali su tutto il territorio nazionale nelle quali ha sempre raccolto, oltre ai favori del pubblico, un evidente interesse da parte della critica.
“…l’orizzonte si confonde con l’infinito e in questo immenso spazio il fruitore di questa bellezza si sperde o meglio si annulla ciò che di materiale lo lega alla dimensione terrena…” Carlo.
“(…) un viaggio spirituale che concede poco all’illazione, volti ora morbidi di attese e a volte spigolosi di pensieri diversi (…) Più che l’ideologia della donna, nelle opere della Chillemi, si scoprono narrazioni che giustificano un interesse non solo artistico…” Vittorio Bottino.
“(…) un dipingere dal misurato simbolismo, dalla meditata resa del soggetto che, nel caso delle figure femminili, si erge nello spazio con leggerezza” Angelo Mistrangelo.
“Venere Chillemi è una pittrice che viene dalla visionarietà simbolista. per lei l’allegoria gioca un significato onirico e nel contempo religioso” Paolo Levi.

 

Albino Galvano

Ignoro cosa la pittrice Venere Chillemi pensi del femminismo e delle femministe ma, se esse conoscono la sua arte non possono che rallegrarsene e compiacersene. L’arte della Chillemi è, infatti, pittura creata da una donna a rappresentazione e celebrazione della figura femminile, della sua grazia, del suo fascino; di quel “femminino eterno” cantato da Goethe e Carducci. E’ forse il suo un impegno suggeritole dal suggestivo ma impegnativo nome impostole alla nascita? Sia come sia, ciò che veramente importa è che l’impegno dell’artista è, nel suo caso, sostenuto da doti tecniche robuste e insieme raffinate che la conducono a felici realizzazioni su di un terra cosi difficile e che ha visto, lungo il corso della storia dell’arte, un numero tanto imponente di variazioni. L’originalità della pittura di Venere Chillemi mi sembra consistere principalmente in un felice equilibrio fra una sicurezza disegnativa di quasi compiaciuto linearismo e una sottile sensibilità coloristica giocata ora su colori cauti e tenui, ora su accensioni improvvise di rossi e di turchini. Un disegno e un colore che si vorrebbe dire “musicali”, ma di una musicalità fatta più di linee melodiche che di consonanze o dissonanze armoniche. Una pittura di “superficie” come in certi fogli del Liberty o delle stampe giapponesi che li avevano influenzati. Ma le analogie si fermano qui perché la visione dalla Chillemi non ha nulla di accattato esotismo o di decorativo puramente ornamentale. Anzi, sua visione della grazia femminile è sostenuta da una capacità di approfondimento psicologico che va al di là del dato formale. Lo sguardo dei volti che essa delinea è intenso ed espressivo e, pur con minime variazioni, rivelatore della diversa psicologia, dei differenti caratteri o disposizioni d’animo dei personaggi rappresentati. E spesso nelle sue figure appunto l’occhio è come il centro ideale intorno cui si svolge il cerchio dei capelli, delle vesti, dello stesso ambiente che alla figura serve di sfondo (più spesso orizzonti autunnali rabescati di alberi spogli). Una visione, dunque, crepuscolare, quasi venata di malinconia, quella di Venere Chillemi? Forse. Certo una visione interiorizzata, intimistica. Se le sue figure si accampano spesso su fondi “esterni”, sembra che la pittrice voglia ammonirci che il mondo esterno emerge nei suoi quadri come proiezione visionario dell’inconscio e che di questo serba il carattere umbratile, onirico. Un carattere simile all’espressione che si legge nei grandi occhi, intensi, talvolta un poco tristi, delle sue figure. Come si vede, la pittura della Chillemi sforza a portare il discorso critico al di là dell’analisi dei dati formali, delle risorse tecniche. E’ un segno di autenticità che non sempre si ritrova nell’opera di artisti anche più celebrati. E di fronte alla sequenza dei volti e degli atteggiamenti muliebri che la pittrice ci fa scorrere innanzi si è colti anche da un’altra tentazione: quella di abbandonarsi alla fantasticheria e di cercar d’immaginare, dietro a quelle intense espressioni una vita, una vicenda di cui i quadri dell’artista sarebbero come le illustrazioni dell’ideale narrazione. Sono tentazioni dalle quali il critico deve ovviamente guardarsi, ma il fatto ch’esse sorgano dice molto sul carattere della pittura di questa artista: forse più di quanto lo potrebbe fa- re l’appesantirsi del discorso su lunghe analisi formali. A Venere Chillemi e alla sua pittura si addice più che un approccio di “pura visibilità” uno (ci si perdoni l’improvviso neologismo) di “pura sensibilità”. Queste brevi note non possono che chiudersi con l’augurio che un lungo arco di lavoro conceda sempre più a Venere Chillemi e agli estimatori della sua arte di moltiplicare le occasioni di guardar negli occhi delle sue figure, di assaporarne i sensi di serenità o di malinconia: sempre sensi di grazia.

 

Paolo Levi

Venere Chillemi è una pittrice che viene dalla visionarietà simbolista. Per lei l’allegoria gioca un significato onirico e nel contempo religioso. Non per nulla i suoi lavori guardano alla verticalità. Come si può notare nei lavori L’inizio e la fine, Battesimo iniziatico, La fata di cristallo, Venere Chillemi appare tutta aperta “all’infinito”. “L’infinito” di un mondo tutto suo, che gioca soavemente, guardando all’irreale. Sono visioni, queste, dove il leggibile simboleggia, in verità, l’indistinguibile. Una verità, “altra” da quella quotidiana. Venere Chillemi con civiltà armoniosa porta luce, soprattutto, l’intrusione del mistero, sacre rappresentazioni che fanno appello all’evocazione, alla suggestione immaginifica. Il mondo pittorico-espressivo della pittrice non è accademico, ma gioca volutamente su una pittura poco mossa, per usare un termine musicale. Pur non rinunciando alla perizia pittorica, viene privilegiata l’allegoria evocativa. A differenza della composizione tradizionale, naturalista, l’artista, pur “adorando” il paesaggio, il dato naturalistico, la sua vegetazione, estrae dal conteso organico la vitalità per portare sul palcoscenico della vita l’alone del mistero, del non detto. Il reale in lei non è quello espresso, ma “altro”. La nostra percezione visiva si sposta dalla scala normale della capacità di decodificare, per approdare (solo con il nostro spirito) in un mondo infinitamente grande, un macrocosmo che non si può descrivere a parole. Il suo lavoro si richiama all’Art Nouveau. Si avverte la presenza, soprattutto, dello spettro solare, quasi come se la Chillemi ne afferrasse le vibrazioni invisibili.

 

Gian Giorgio Massara

La produzione di Venere Chillemi, reduce dal successo alla Quadriennale di Roma, è bilanciata fra surrealismo e simbolismo, con immagini femminili di luminoso stupore situate in un paesaggio che evoca certi boschi cari ai pittori francesi del primo Novecento; boschi con tronchi d’albero dai quali germogliano infiniti ramoscelli o vaghe infiorescenze. Sia Albino Galvano, sia Aldo Spinardi si sono occupati criticamente dell’arte di Venere Chillemi per sottolineare rispettivamente il felice equilibrio fra sicurezza disegnativa e sensibilità coloristica oppure un simbolismo di straordinaria limpidezza. In tale ambito si situano opere quali Paradiso astrale (1990) – tela giocata fra la rupe, uno specchio di mare sovrastato da nuvole e una candida figura dal volto negato – oppure tre fanciulle che intessono un passo di danza fra veli preziosi e atteggiamenti arcani. Ma la Chillemi affronta il tema del paesaggio anche in modo autonomo: Eden è l’immagine di un lago delimitato da alberi e cespugli che paiono anime, sul quale volteggiano i gabbiani, mentre l’opera Terra senza tempo confonde in sé un grande cielo regolarmente percorso da nuvole, il profilo dei monti, il rincorrersi delle colline e un primo piano tipico di questa pittrice che trasforma la natura in magia di luce. Sono sensazioni che ritroviamo in un altro dipinto nel quale dall’ellisse dei verdi nascono sia la cerchia dei monti irregolarmente innevati, sia le nuvole che si sfilacciano nel cielo; e paesaggi irreali cromaticamente intensi, ritroviamo sulle superfici geometriche dei dipinti destinati a divenire piano per raffinati tavolini. In taluni casi la Chillemi abbina – entro spazi dorati – cieli e vivide nature morte, che fuoriescono da cornici di barocca, vocazione traducendosi in immagini di una realtà dalla quale la pittrice evade per rifugiarsi in un mondo popolato di fantasmi e di sogni.

 

Antonio Oberti

Il pensiero di un artista non è nulla senza il mezzo per esprimerlo e se il suo intelletto è profondo deve disporre di mezzi altrettanto completi per “raccontare “, con tutti i sentimenti in suo possesso, storie di vita o il respiro ampio e profondo della natura. Deve essere capace di entusiasmo nella disposizione dei soggetti, nel modo di collocare gli oggetti, l’aria e la luce che circolano attorno a essi; deve soprattutto liberarsi da tutte quelle pastoie logore e senz’anima e dipingere in modo personale dando alla sua missione di pittore la più ampia risonanza. Venere Chillemi ha ben compreso tutto questo, affidando all’estro e alla creatività, che non l’abbandonano mai, tutta la ricchezza delle sue raffigurazioni pittoriche. Senza alcuna indulgenza alla retorica e alla demagogia. Non c’è dubbio che ella osserva con animo limpido e puro e con trasparenza di concetti per offrirci, assai spesso simbolicamente, una dolcezza ora lieta ora malinconica. Sensazioni per penetrare nel profondo, intuizioni e capacità creative che si aprono al grande mistero della realtà senza lasciarsi fuorviare dalla sola ragione. Sono dipinti caratterizzati da una ricerca formale dove il colore, steso con impalpabili velature, corrisponde ad un sentimento di liberazione; dove la profondità dei mari, la terra, i boschi e l’atmosfera stanno a significare il senso di un rinnovamento interiore che le appartiene. Tanto che tutti gli elementi che circondano le sue figure, sprigionando una spiritualità suggestiva, rendono testimonianza del fremito che l’assale di fronte ad esse, che sono un tutt’uno col suo spirito. Le “creature” di Venere Chillemi, siano esse maternità o segni rivelatori di una femminilità trasparente e fluttuante. Creature palpitanti e misteriose che, di fronte al mare o al cielo, ci trasportano in una dimensione a dir poco surreale oppure vere e irripetibili nel momento che si presentano, perché hanno i lineamenti della grazia e della bellezza. Sembianze che si perpetuano in un’alternanza di ritmi e di volumi dall’innegabile poesia simbolica: un’armonia concepita come segno del suo gioire e soffrire insieme e come possibilità di dare un’impronta più allusiva al suo mondo immaginifico. Lo rivelano le pennellate che, come sogno o miraggio, Venere Chillemi sente vibrare e, lungamente cercate e studiate, tengono salde le ragioni delle proprie scelte. E’ un cammino coerente che chiarisce il suo impegno creativo e l’equilibrio tra concentrazione e disponibilità a rappresentare quelle figure estatiche e sognanti e quello spazio infinito che annulla sulla linea dell’orizzonte il cielo e il mare. Sfumature, sorgenti luminose e trasparenze misteriosamente fuse che la narrazione mette in risalto, rispecchiando la visione di una realtà avvincente e sincera nella sua essenza. Una pittura, per concludere, che impegnando oltre che la fantasia la coscienza morale, l’aiuta a capire se stessa.

 

Elisabetta Planca

Una pittura da usare per la ricerca di sé. Il disegno come la bacchetta di un rabdomante dello spirito; la tela come una porta sul proprio orizzonte interiore. Venere Chillemi dipinge anche perché la pittura fa parte, per lei, di un percorso di autoconoscenza intrapreso anni fa. E col tempo è cambiata, riflettendo i mutamenti interiori dell’autrice. Quando ha iniziato, era poco più che un hobby – anche se la tecnica c’era: appresa al liceo artistico. E la prima personale è arrivata subito a ventuno anni, nel ’71, alla galleria La Stanza Letteraria di Roma. Qui l’artista (che è nata nel 1950 a Messina ma l’anno dopo era già a Torino) esporrà molte volte. Allora la sua era una figurazione forte, vicina, per intensità, all’espressionismo tedesco. Poi arrivata l’età adulta, col suo carico di esperienze e anni difficili. Venere Chillemi ha iniziato a esplorare la dimensione spirituale del mondo. Ha portato con sé la pittura. Che se all’inizio “trasmetteva sofferenza”, dice l’artista, “adesso è cambiata, è sfociata in spiritualità”. Di lei hanno scritto critici come Aldo Spinardi e Albino Galvano, che vedevano la sua arte “musicale” e “simbolista”. Lei, se deve definire i suoi quadri, li dice “metafisici, onirici”. Sono il contraltare visivo delle poesie a soggetto mistico che scrive, e che ha esposto qualche volta con i quadri. Tutto “insieme è un cammino di conoscenza. Che si rispecchia, inevitabilmente, in quel che dipingo”. I temi forti dei primi anni hanno lasciato il posto a titoli pensati per suggerire percorsi di meditazione. La tecnica esalta queste atmosfere mistiche: Venere Chillemi usa l’olio in velature sovrapposte, cercando effetti di luminosità e trasparenza adatti a evocare atmosfere spirituali. Nel 1994 le sue opere hanno trovato un appropriato contesto a Roma, in una collettiva d’arte sacra. Il prossimo anno saranno a Rivoli, in una personale alla sala consiliare del Comune. Da cinque anni Venere Chillemi è pittrice a tempo pieno; da uno insegna la sua pittura mistica. In un certo senso, atre come terapia? “E’ un modo di ascoltarsi”, conferma lei, “E’ leggersi dentro”.

 

Angelo Mistrangelo

L’originalità della pittura di Venere Chillemi, ha sottolineato il critico Albino Galvano, consiste “principalmente in un felice equilibrio fra una sicurezza disegnativa… e una sottile sensibilità coloristica”. E in tale angolazione si definisce un dipingere dal misurato simbolismo, dalla meditata resa del soggetto che, nel caso delle figure femminili, si erge nello spazio con leggerezza. Dopo l’esordio con una personale alla “Stanza Letteraria” di Roma, la Chillemi ha trovato nelle rassegne d’arte dell’area torinese la possibilità di esprimersi ed esprimere il senso di una particolare visione della realtà che si trasforma in un mondo di sogni, di luci, di boschi, di rocce, di nuvole. E questi suoi paesaggi onirici appartengono al nostro tempo.

 

Giancarlo Alù

L’Artista Venere Chillemi è un esempio vivente di quella vitalità artistica, di quella movimentazione ed innovazione che molti critici davano per defunte con l’ultima biennale di Venezia. L’Arte ha un dna in costante mutazione, sollecitata da esperienze sempre più pressanti ed estreme, che hanno infine un outlet nell’intelligenza, nel talento e nella capacità espressiva dell’Artista. E questo è il caso di Venere Chillemi. Ella, con le sue Opere, è in costante, fattiva ricerca di una nuova forma di “aistesis” secondo il concetto di Platone, cioè di imitazione o “mimesi” delle idee e come “parusia”, cioè idee che sono presenti nelle cose, nella Natura. La chillemi va anche oltre questa analisi, mettendosi all’avanguardia nella concezione come “creazione” ed in fine come “costruzione” di Kantiana memoria. In una sua Opera si mostra, in una magica simbiosi, una cornice quadrata e al uo centro è inscritto un bordo circolare in rilievo, una forma di ciotola al cui interno giacciono immoti frammenti forse di lastre marmoree. Questo è un interessantissimo esempio di puro astrattismo ma con forte valenza visiva concettuale, con una tecnica rara e difficile da dosare, senza cadere nell’ovvio o nel banale. L’uso del materico è in forte rilievo, una vera “pittoscultura” di rara finezza ed eleganza, in cui emergono due elementi che sono costanti in quasi tutte le opere della Venere Chillemi: 1) l’uso dell’oro come identificativo della nobiltà, della ricchezza concettuale del prodotto. Così come l’utilizzo dell’oro, nell’arte bizantina è simbolo di potenza divina, di gloria dei cieli, della grazia di Dio riservata a pochi eletti. In quest’Opera della Chillemi c’è codesta identità di valori. L’oro è “spalmato” sui frammenti spigolosi che come per incanto diventano vitali, preziosi, assumendo oltre tutto quasi una funzione cinetica. L’oro è anche linfa vitale in un’altra composizione rappresentante un volto femminile che emerge prepotente, come chi rimane in apnea sotto le onde del mare ed al massimo della sopportazione ne esce aria e luce, al centro di una lastra semicircolare in azzurro bordata da due file di tessere dorate. Una sorta di testa di medusa caravaggesca, con i lunghi capelli scarmigliati dal vento, quasi raggi d’oro che configurano la nobiltà del volto rappresentato. Quanto simbolismo, quanta vitalità e potenza emanano da questa composizione! 2) Il moto circolare, a vortice, o a cerchi concentrici. La Venere Chillemi ha intuito in maniera geniale la simbologia del moto circolare, del cerchio, del vortice. La vita stessa è un cerchio, un gorgo che ha un punto di partenza e uno di arrivo che coincidono, si confondono, si perdono nel movimento rotante. Abbiamo già visto questo concetto materializzarsi nelle Opere or ora citate, ma in un altro suo lavoro, tutto è vortice, rotazione, movimento. Al centro della tela insiste un turbine al cui nucleo si intravede, con una rotazione strabiliante, una nuda figura femminile abbracciata ad un tronco di quello che si direbbe un albero. Entrambi sono piegati in uno stretto amplesso rotante, figure dantesche, in un contesto drammatico in cui i colori assordanti sono azzurri intensi chiazzati di rossi violenti macchiati di oro. Al centro di questo mulinello senza fine appare una luce abbagliante, un sole freddo che tutto gela e forma il perno e una chiastola cruciforme. Come quando si fa una foto contro sole, l’effetto è proprio quello rappresentato in quest’Opera: le figure in primo piano appaiono “accecate”, bruciate, sovraesposte ed il sole perfora di luminosità il negativo. Ma perché insistere nel voler estrapolare i reconditi significati di questa stupenda composizione? Dopo pochi istanti di attenta osservazione basta chiudere gli occhi ed aprire il cuore ed il cervello: la visione di questa e di tutte le Opere dell’Artista Venere Chillemi, sarà riverberata, come un’eco divina, fin dentro i più profondi recessi della nostra anima. E questa è la vera Arte. Quella di Venere Chillemi